Specie Simbionti (Piante Simbionti)

Con il termine “Piante Simbionti” si intendono le specie vegetali che sono capaci di contrarre la simbiosi con il tartufo e produrre questi particolari funghi. Una pianta di una specie simbionte unita in simbiosi con una specie di tartufo prende il nome di “Pianta Tartufigena”.
In natura sono molte le specie che possono unirsi in simbiosi con i tartufi: in questa sede vengono descritte solo quelle che vengono micorrizate artificialmente ed utilizzate per l’impianto delle tartufaie coltivate.

Roverella (Quercus pubescens Willd.)

E’ la specie più largamente utilizzata in tartuficoltura. E’ diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo nelle zone soleggiate a quote comprese tra i 100 e i 900 m s.l.m.. E’ un albero di medie dimensioni provvisto di una chioma ampia, emisferica o irregolare, comunemente densa. L’apparato radicale è fittonante e gli consente di vivere anche in ambienti siccitosi. Il fusto è rivestito da una corteccia fessurata sia in senso verticale che trasversale in modo che si formano e si distaccano piccole squame trapezoidali. Si riconosce dalle altre querce caducifoglie per i giovani rami che sono coperti da una fitta peluria, dalle foglie picciolate, lobate, pubescenti nella pagina inferiore e dalle ghiande che sono sessili e coperte da una cupola provvista di squame appressate, lievemente sporgenti dal margine della cupola. La ripresa vegetativa e la fioritura si verificano nella tarda primavera consentendogli di sfuggire alle gelate primaverili.

Ai fini della tartuficoltura, la roverella può essere unita in simbiosi e produrre tutte le specie di tartufo commerciabili previste dalla legge 752/85. E’ la specie responsabile della maggior parte delle tartufaie naturali di Tuber melanosporum presenti in Italia.

Leccio (Quercus ilex L.)

Al pari della roverella, il leccio è la pianta maggiormente utilizzata per la coltivazione dei tartufi neri. E’ la specie tipica della fascia mediterranea del Lauretum che si spinge dal livello del mare fino ai 400-500 metri di quota; nelle esposizioni ben soleggiate e nelle rupi calcaree si spinge fino a 800-1000 m s.l.m.

Si tratta di un albero di media grandezza, longevo, provvisto di una chioma densa, di forma generalmente ovata e di colore verde scuro. L’apparato radicale è fortemente fittonante, la corteccia negli esemplari maturi è di colore bruno e fittamente screpolata. Le foglie, persistenti per 2-3 anni, sono semplici, di forma ovata, ovato oblunga fino a lanceolata con margine intero o dentato. La pagina superiore è di colore verde intenso mentre quella inferiore è coperta da peli stellati e fitti in modo da limitare la traspirazione. La ghianda è più piccola rispetto alle altre querce, ovato oblunga, acuminata e provvista di una cupola con squame fortemente appressate.

Tra le querce a foglie persistenti si riconosce dalla sughera (Quercus suber L.), perché questa presenta la ghianda di grosse dimensioni coperta da una cupola provvista di squame fortemente sporgenti, e dalla quercia spinosa (Quercus coccifera L.) che presenta foglie con denti acuminati e ghianda piccola come quella del leccio, ma provvista di una cupola con squame fortemente sporgenti.

Ai fini della tartuficoltura viene unita in simbiosi soprattutto con i tartufi neri per convergenza ambientale. La sintesi micorrizica è ostacolata dalla scarsità di radici laterali presenti nel fittone. In Spagna e in Francia è la pianta più largamente utilizzata nella coltivazione del tartufo nero pregiato.

Cerro (Quercus Cerris L.)

Il cerro in Italia è diffuso in tutti i rilievi appenninici fino alla Sicilia, manca in Sardegna. E’ presente ad altitudini diverse in base ai caratteri pedologici e climatici: nella fascia del Lauretum si ritrova nei terreni vulcanici mentre nella fascia del Castanetum e in quella del Fagetum occupa i terreni più freschi e profondi a reazione diversa.

E’ un albero che raggiunge dimensioni superiori alla roverella, più slanciato e capace di formare boschi puri o misti con altre specie a foglie caduche (roverella, orniello, carpino, acero, faggio, ecc.). Dalle atre querce a foglie caduche si riconosce per la corteccia che è liscia nei tronchi e nei rami giovani fino ad un diametro di una decina di centimetri; successivamente la corteccia si screpola in fenditure verticali più o meno confluenti tra di loro e rosseggianti sul fondo. Non desquama come la roverella. Le foglie sono profondamente lobare, ruvide in entrambe le pagine per la presenza di peli rigidi; la ghianda è grande, lunga fino a 3 cm, di colore bruno e provvista di una cupola con squame lineari, tomentose e fortemente sporgenti in fuori conferendo un aspetto arricciato.

Ai fini della tartuficoltura, il cerro, ha una importanza limitata pur essendo utilizzato per la coltivazione dei tartufi neri e anche per il pregiato tartufo bianco. In natura si trova in simbiosi soprattutto con Tuber aestivum Vittad.

Farnia (Quercus robur L.)

La farnia in Italia è presente in tutte le regioni ad eccezione della Sicilia. Preferisce i boschi planiziali dove può sopportare periodi d’inondazione. Rispetto alla roverella e al cerro ha una diffusione molto più limitata. E’ la quercia caducifoglia più longeva ed anche quella che raggiunge le dimensioni più grandi.

L’apparato radicale è fittonante, ma rispetto alle altre querce, è ricco di radici laterali che rendono più facile la micorrizazione. Il fusto presenta una corteccia grigia e liscia da giovane per poi diventare marrone-nerastro profondamente fessurata. Le foglie sono pressoché sessili, lobate, glabre, con due piccole orecchiette in corrispondenza del picciolo; la lamina presenta la massima larghezza nel terzo superiore. La ghianda è lungamente peduncolata e presenta una cupola lunga circa ¼ della ghianda e provvista di squame piccole, triangolari e aderenti alla cupola.

Ai fini della tartuficoltura ha importanza per la produzione del tartufo bianco e del nero liscio perché hanno lo stesso habitat. In coltura, comunque, può produrre tutti i tartufi commerciabili in Italia. La sintesi micorrizica è facilitata dalla presenza di numerose radici laterali che conferiscono all’apparato radicale un aspetto fascicolato.

Nocciolo (Corylus avellana L.)

Il nocciolo è una specie coltivata e spontanea in quasi tutto il territorio nazionale dal livello del mare fino alla fascia del Fagetum. Rifugge le aree mediterranee più calde ed aride. Preferisce terreni calcarei, ben drenati, fertili e profondi.

La pianta è di tipo cespuglioso per la presenza di numerosi polloni che ogni anno si sviluppano alla base. Le foglie sono caduche, semplici, cuoriformi e con margine dentato.

Il frutto (nocciola) è un achenio protetto per tutta la sua lunghezza da una cupola fogliacea da cui si libera a maturità.

Ai fini della tartuficoltura ha notevole importanza perché è capace di produrre tutte le specie di tartufo commerciabili in Italia. E’ stato largamente utilizzato soprattutto nella coltivazione dei tartufi neri fornendo produzioni soddisfacenti. Mostra particolare affinità con Tuber brumale Vittad.

La sintesi micorrizica non desta preoccupazioni perché l’apparato radicale è molto ricco di radici laterali.

Carpino nero (Ostrya carpinifolia Scop.)

Il carpino nero forma boschi misti all’orniello (Ornostrieti) soprattutto nelle esposizioni poco soleggiate nella fascia del Castanetum. Si rinviene, comunque, nei boschi di roverella, cerro, castagno, ecc. Per il rapido accrescimento dei polloni e l’elevata quantità di frutti prodotti da ogni pianta, sta gradatamente sostituendo la roverella nei boschi cedui.

Si tratta di un albero di medie dimensioni provvista di un tronco cilindrico, con corteccia liscia, di colore tendente al rossiccio e cosparsa di numerose lenticelle; negli esemplari adulti si fessura in placche di colore bruno. Le foglie, caduche, sono semplici, di forma ovato-oblunga, acuminate e doppiamente seghettate al margine. Si distinguono da quelle del carpino bianco perché sono lisce, non bollose, lucide nella pagina superiore e provviste di evidenti nervature terziarie. Il frutto è un achenio completamente protetto da una brattea di colore argenteo coperta da peli corti e rigidi.

Ai fini della tartuficoltura è stato largamente utilizzato nella coltivazione dei tartufi neri, soprattutto di Tuber aestivum Vittad.

La sintesi micorrizica non desta preoccupazioni per l’apparato radicale ricco di radici laterali, problemi si evidenziano nell’allevamento delle giovani piantine che soffrono l’eccessiva illuminazione e la temperatura elevata.

Carpino bianco (Carpinus betulus L.)

Il carpino bianco è meno frequente del carpino nero, preferisce i boschi su suoli sciolti, profondi e ricchi di humus: condizioni ambientali che si rilevano nei boschi di fondovalle insieme alle farnie, al cerro, alla roverella, ecc.

Si tratta di un albero simile al carpino nero da cui si distingue per il tronco costoluto (non cilindrico), per le foglie bollose, verde scuro nella pagina superiore, povere di nervature terziarie e per il frutto che viene prodotto all’esterno di una brattea fogliacea trilobata. Il diverso tipo di brattea determina una evidente differenza a livello di disseminazione: nel carpino nero vengono disseminati acheni chiusi all’interno della brattea: nel carpino bianco vengono disseminati acheni nudi mentre le brattee rimangono nell’infruttescenza.

Per le sue esigenze ambientali che si avvicinano a quelle richieste dal tartufo bianco pregiato, è stato utilizzato per la sua coltivazione. Di recente è stato utilizzato nella coltivazione di Tuber macrosporum Vittad. fornendo risultati soddisfacenti.

La sintesi micorrizica è facilitata dalle abbondanti radici laterali.

Tiglio nostrale (Tilia platyphyllos Scop.)

Il tiglio è una pianta largamente utilizzata nei giardini e nei viali come pianta ornamentale da ombra. Preferisce i terreni freschi, profondi, ricchi, tendenzialmente basici.

E’ un albero di medio-grandi dimensioni, presente in tutte le regioni italiane nelle fasce del Castanetum e Fagetum fino a 1200 metri di quota.

Il fusto è slanciato, diritto e la chioma è ampia e densa. La corteccia è grigia e liscia nelle piante giovani e poi diventa scura e fessurata longitudinalmente. Le foglie sono semplici, ovate, lunghe 6-9 cm, cordato-asimmetriche alla base, brevemente appuntite all’apice, di colore verde brillante nelle due facce, pubescenti nella pagina inferiore. L’infiorescenza è pendula, provvista di una brattea giallo-verdognola, lunga 7-8 cm e di 3-4 fiori odorosi e di colore giallognolo. I frutti sono globosi, grigiastri e pubescenti. L’apparato radicale è fittonante con numerose radici laterali.

Può vivere in simbiosi con tutte le specie di tartufo che si possono raccogliere e commercializzare in Italia. Nei viali di tiglio quando il suolo è idoneo con molta facilità si può raccogliere qualche specie di tartufo compreso quello bianco pregiato.

Ai fini della tartuficoltura non è molto utilizzato per la difficoltà di ottenere giovani plantule  da sottoporre a micorrizazione. Si auspica un più largo uso in tartuficoltura.

Faggio (Fagus sylvatica L.)

Il faggio è un albero largamente diffuso in tutte le regioni italiane nella fascia del Fagetum che si estende dai 8-900 metri di quota fino a 1500- 2000 ms.l.m.

E’ un albero abbastanza longevo che può raggiungere grosse dimensioni (30-35 metri di altezza e oltre un metro di diametro del fusto). Il fusto è cilindrico e provvisto di una corteccia liscia, grigia e con macchie biancastre dovute alla presenza di licheni. La chioma è ovale, leggermente appuntita e densa. 

Le foglie sono semplici, ovate, acute, intere e, da giovani, sono provviste di peli bianchi al margine. La pagina superiore è di colore verde scuro, quella inferiore è più chiara con nervature evidenti e provviste di peli caduchi.

L’infiorescenza maschile è costituita da un glomerulo pendulo come quella femminile; quest’ultima è costituita da fiori che originano, ciascuno, due frutti di forma triangolare protetti da una cupola totale ricoperta di aculei corti e rigidi.

Nelle faggete si raccolgono di frequente: Tuber aestivum nella forma tipica e uncinatum nonché Tuber mesentericum; di rado e solo ai margini del bosco, si raccoglie Tuber melanosporum Tuber brumale.

Ancora non ha trovato impiego in tartuficoltura.

Pioppo bianco (Populus alba L.)

In Italia il pioppo bianco lo troviamo in tutte le regioni lungo i corsi d’acqua, le rive dei laghi e in aree caratterizzate da terreni umidi.

E’ un albero che può raggiungere i 30 metri di altezza e oltre un metro il diametro del fusto. L’apparato radicale inizialmente è fittonante e poi prendono il sopravvento le radici laterali. Il fusto comunemente è eretto e provvisto di una corteccia bianco-verdastra, liscia, lucente e cosparsa di lenticelle grandi e romboidali. La chioma è ampia e ovoidale. Le foglie sono di due tipi: quelle dei rami lunghi sono palmato – lobate, lungamente picciolate, dentate al margine e di colore verde intenso nella pagina superiore e bianco tomentose in quella inferiore. Le foglie presenti sui rami corti sono brevemente picciolate, ovali, ottusamente dentate al margine e di colore grigiastro in entrambe le pagine.

E’ una pianta dioica per cui abbiamo piante provviste di soli fiori maschili e piante con fiori femminili. I fiori maschili sono portati in amenti cilindrici penduli, quelli femminili in amenti più corti rispetto a quelli maschili. Il frutto è una capsula che si apre in due valve liberando i semi piccoli e cotonosi.

Il pioppo bianco è il simbionte naturale del tartufo bianco più diffuso in Italia.

In tartuficoltura ha trovato impiego nella realizzazione delle tartufaie coltivate di tartufo bianco nel decennio scorso. Ai fini della produzione delle piantine da sottoporre a micorrizazione, le esperienze più diffuse hanno riguardato la propagazione per talea che risulta difficile per la carenza di gemme dormienti capaci di produrre le radici. Risultati migliori si ottengono partendo da seme. Attualmente l’uso del pioppo bianco in tartuficoltura è praticamente assente in quanto le micorrize che su basi morfologiche erano considerate di tartufo bianco, non risultano tali all’analisi biomolecolare.

Pioppo nero (Populus nigra L.)

Il pioppo nero è diffuso negli stessi ambienti dove vive il pioppo bianco. Rispetto a quest’ultimo è più diffuso per la maggiore capacità di emettere polloni radicali e di propagare per talea.

E’ un albero della stessa grandezza del pioppo bianco da cui differisce per la corteccia che inizialmente è liscia e chiara per poi ispessirsi e fessurarsi longitudinalmente diventando di colore nerastro.

Le foglie sono picciolate con lamina triangolare o romboidale, seghettate al margine, acute all’apice e di colore verde lucente nelle due pagine: quella superiore è verde scuro e quella inferiore verde più chiaro.

Le infiorescenza e il frutto sono simili a Populus alba.

Produce il tartufo bianco pregiato allo stato naturale e, come il pioppo bianco, ha subito lo stesso iter nei confronti della tartuficoltura. Rispetto al tartufo bianco è più facile ottenere le piantine da talea.

Pioppo Gatterino (Populus x canescens Aiton), Smith e pioppo tremulo (Populus tremula L.)

 Specie capaci di produrre il tartufo bianco allo stato naturale, ma non sono mai stati utilizzati in tartuficoltura.

Salicone (Salix caprea L.)

Il salicone è una pianta diffusa nella regione alpina e appenninica dalla fascia planiziale a quella medio – montana di tutta la nostra penisola ad eccezione della Puglia e della Sardegna.

E’ un arbusto che può raggiungere i 7 – 8 metri di altezza, spesso policormico e cespuglioso. La corteccia è liscia e grigio – verdognola in gioventù per poi fessurarsi in placche poligonali di colore nerastro. Le foglie sono di forma ellittica od ovata, lungamente picciolate, rotondate alla base, acuminate all’apice, denticolate al margine, di colore verde–olivastro nella pagina superiore e grigie in quella inferiore per la presenza di una fitta peluria. Si tratta di piante dioiche (unisessuali). I fiori sono portati in spighe unisessuali compatte, vistose, pelose e di colore argenteo. Il frutto è una capsula bivalve contenente un gran numero di piccoli semi.

Il salicone è stato utilizzato inizialmente nell’impianto delle tartufaie di tartufo bianco. Il suo uso è stato abbandonato perché produce un gran numero di polloni e di rami basali che rendono la pianta fortemente cespugliosa e tale da impedire gli interventi colturali.

Salice bianco (Salix alba L.), Salice rosso (Salix purpurea L.), Salice da vimini (Salix viminalis L.) , Salice cenerino (Salix cinerea L.), Salice piangente (Salix babylonica L.)

Sono tutte specie capaci di produrre il tartufo bianco pregiato, ma raramente sono state utilizzate in tartuficoltura.

Pino da pinoli (Pinus pinea L.)

E’ una specie largamente diffusa in tutta la nostra penisola dal livello del mare fino ai 600-700 metri di quota. Alla sua diffusione ha partecipato l’uomo che lo ha utilizzato come pianta ornamentale o da frutto per la produzione dei pinoli.

E’ un albero maestoso dalla caratteristica forma ad ombrella. E’ longevo (200-250 anni) e può raggiungere i 25-30 metri di altezza. Il Fusto è diritto, cilindrico, la corteccia è grigio – bruna suddivisa in placche che si distaccano periodicamente lasciando chiazze di colore grigio chiaro. La chioma allo stato giovanile è globosa ed espansa ed è a forma di ombrello nella pianta adulta. Come la maggior parte delle conifere i rami sono disposti in palchi regolari che vengono prodotti uno ogni anno: ne deriva che contando i palchi dei rami si riesce a determinare l’età della pianta.

Gli aghi sono portati a coppie nei rami corti (brachiblasti), sono robusti (diametro 1,5 – 2 mm), lunghi 12-18 cm e provvisti alla base di una guaina lunga 10- 12 mm. Gli strobili maschili si formano nei brachiblasti, hanno una consistenza erbacea e disseccano e cadono dopo aver prodotto il polline. Gli strobili femminili di formano all’estremità dei rami lunghi (macroblasti) i quali arrestano la propria crescita. Questi rami presentano gemme laterali che originano un nuovo ramo che si allunga spostando lateralmente lo strobilo che successivamente appare laterale. Gli strobili femminili maturano in 2-3 anni, sono legnosi, sub-globosi, simmetrici, lunghi 10-14 cm e con diametro di 8-10 cm. Sono di colore marrone e formati da squame evidentemente umbonate, resinose, su cui sono inseriti due semi ciascuna. Questi sono lunghi 15-20 mm, hanno un diametro di 7-11 mm, hanno un guscio osseo ricoperto da una polvere nera.

Il pino da pinoli può vivere in simbiosi con quasi tutte le specie pregiate di tartufo. È stato e viene utilizzato per l’impianto in purezza delle tartufaie di Tuber borchii Vittad. dove ha fornito risultati più che soddisfacenti. In consociazione con le latifoglie fornisce ottimi risultati nella coltivazione di Tuber aestivum Vittad. e raramente anche di Tuber melanosporum Vittad.

Ai fini della produzione delle piante micorrizate non offre particolari difficoltà.

Pino d’Aleppo (Pinus halepensis Miller)

Il pino d’Aleppo è diffuso lungo le coste dell’Africa settentrionale ed è presente in Italia lungo tutte le coste del Tirreno e lungo quelle adriatiche fino a promontorio del Conero. Vive nella fascia del Lauretum cioè dal livello del mare fino a 400 – 600 metri di altitudine.

Si riconosce dagli altri pini per il fusto spesso tortuoso almeno nelle piante adulte, per la chioma irregolare, per gli aghi a coppie, corti (lunghi 5-8 cm), sottili e flessibili (il diametro è inferiore a un mm). Gli strobili femminili peduncolari (peduncolo lungo 1-2 cm), sono conici, brevemente arcuati e provvisti di squame con scudo appiattito e non resinoso. I semi sono provi di guscio osseo, sono piccoli e spesso sono uniti alla squama copritrice che funge da organo di volo.

Allo stato naturale produce il tartufo estivo e il bianchetto.

In tartuficoltura è stato utilizzato nell’impianto delle tartufaie di Tuber aestivum e Tuber borchii. Non mostra particolari problemi ai fini della micorrizazione .

La spiccata mediterraneità della specie ne limita l’uso in tartuficoltura perché può essere usato solo a quote basse in ambiente mediterraneo

Pino bruzio (Pinus brutia Miller)

E’ una specie molto simile al pino d’Aleppo da cui si distingue per gli aghi leggermente più lunghi e gli strobili femminili sessili.

E’ una specie meno termofila del pino d’Aleppo e si spinge a quote superiori nella fascia del Castanetum.

Ai fini della tartuficoltura il pino brutio ha il pregio di poter essere utilizzato a quote superiori rispetto al pini d’Aleppo. Non mostra particolari problemi ai fini della micorrizazione, ha un accrescimento abbastanza rapido e pertanto è consigliabile per la coltivazione di Tuber aestivum nella fascia del Castanetum dove ha fornito risultati interessanti.

Pino loricato (Pinus leucodermis Antoine), pino marittimo (Pinus pinaster Aiton), pino mugo (Pinus mugo Turra), pino nero (Pinus nigra Arnold), pino silvestre (Pinus sylvestris L.)

Sono tutte specie italiane capaci di contrarre la simbiosi con alcune specie di tartufo. Non sono state utilizzate ai fini della tartuficoltura.

Cisto rosso (Cistus incanus L.)

Il cisto rosso è un piccolo arbusto che non supera un metro di altezza, fittamente ramificato e pertanto molto denso.
E’ presente nell’ambiente mediterraneo, soprattutto nelle zone degradate della fascia del Lauretum in quasi tutta l’Italia.
Le foglie sono di forma ovale, lunghe 2-4 cm, coperte da un fitto tomento e la superficie è rugosa in modo che tutta la pianta quando è priva dei fiori e dei frutti può rassomigliare ad una pianta di salvia. I fiori sono vistosi e assomigliano a quelle di una rosa selvatica: questo carattere giustifica il nome di rosella che viene dato, in alcune zone d’Italia, al cisto rosso. Il frutto è una capsula contenete numerosissimi semi.
Allo stato naturale produce il tartufo estivo, il bianchetto ed altre specie non incluse nella normativa italiana.

Le ridotte dimensioni delle piante, la precocità di sviluppo nonché la facilità di produzione delle piante micorrizate, hanno spinto alcuni ricercatori ad utilizzare il cisto rosso nella coltivazione dei tartufi neri. In coltivazione ha prodotto il tartufo nero pregiato, il tartufo estivo e il tartufo bianchetto. Nelle piantagioni si sono evidenziati alcuni caratteri negativi che hanno influito negativamente nell’uso del cisto in tartuficoltura:

  • la produzione unitaria è limitata;
  • la elevata produzione di semi facilita la formazione di altre piante infoltendo la piantagione;

L’elevato costo d’impianto che prevede l’uso di 1500-2500 piante/ha il cui costo di produzione è analogo a quello dei simbionti arborei.

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